Gorgia
di Platone
Premessa di Augusta Festi
Socrate esige una definizione di "retorica", e dopo un breve tentativo 
di ottenerla dal discepolo di Gorgia, l'esperto di retorica Polo,
rivolge allo stesso Gorgia le sue domande. Stabilito che la professione
esercitata da Gorgia  quella di retore, ossia di maestro di
arte oratoria, capace di rendere retori anche altri, Socrate cerca di
sapere se la retorica, che rende gli uomini abili parlatori, sia anche
in grado di rendere questi stessi uomini abili pensatori, ossia se
questa abilit ad usare le parole si accompagni ad una qualche
conoscenza, e di quale conoscenza eventualmente si tratti.
La prima definizione fornita da Gorgia, di retorica come 'arte dei discorsi'
non soddisfa Socrate, che la considera troppo generica e inadeguata
per individuare la retorica nell'insieme delle arti che
pure si occupano di discorsi. Le domande successive puntano
quindi a una definizione sempre pi circoscritta, spingendo Gorgia
a restringere progressivamente il cerchio, fino a definire la retorica
l'arte che si serve di discorsi per produrre persuasione nei tribunali
e nelle altre pubbliche adunanze, quando si tratta del giusto e 
dell'ingiusto. Gorgia ammette che il tipo di persuasione esercitato
dalla retorica non produce conoscenza, cio non insegna nulla circa il 
giusto e l'ingiusto, ma si limita a indurre credenza.
Socrate domanda ora a Gorgia quale vantaggio si tragga dal farsi
suoi discepoli e dall'imparare la retorica, aprendo cos la questione
del potere della retorica, che l'interlocutore  ben contento di illustrare.
A suo dire, la retorica concentra in s e tiene a s sottomessi
tutti gli altri poteri, e in ogni campo si rivela superiore: non c'
argomento di cui il retore non sappia parlare in modo pi persuasivo 
di qualsiasi specialista, e cos, ad esempio, quando si tratta di
medicina, il retore risulta pi convincente dello stesso medico. Ma
nell'entusiasmo di descrivere il mirabile potere della sua arte, Gorgia
si lascia sfuggire un'affermazione, che in seguito offrir a Socrate
l'appiglio per accusarlo di contraddizione: la retorica, al pari
di ogni altro strumento di contesa, va usata con giustizia, contro i
nemici e gli aggressori e non contro gli amici, e, ad ogni modo, se il
retore si serve di essa per scopi ingiusti, non va biasimato chi gli ha
insegnato l'arte, ma chi ne approfitta scorrettamente.
Socrate quindi chiede a Gorgia di specificare in che senso egli intende 
che il retore, di qualsiasi argomento si tratti,  pi persuasivo 
persino di chi, in quell'argomento,  competente, e lo costringe
ad ammettere che tale persuasione  efficace fra gente che non sa,
tra gente a sua volta incompetente:  dunque davanti ad una tale
giuria che il retore appare miglior intenditore di chi  realmente
intenditore. La persuasione esercitata dalla retorica  quindi fondata 
sull'illusione, sul dare ad intendere ci che in realt non . Ma
a Socrate preme soprattutto chiarire la posizione del retore di fronte
ai concetti di giusto e di ingiusto, di bello e brutto, buono e cattio,
e domanda se anche in questo caso la condizione del retore sia
quella di dare ad intendere di sapere pur non sapendone nulla. In
particolare domanda a Gorgia come egli si comporti con chi intende 
imparare la retorica, se cio insegni, oltre che l'abilit di persuadere
la gente di conoscere il giusto e l'ingiusto meglio degli altri,
anche l'effettiva conoscenza del giusto e dell'ingiusto, ossia la conoscenza
dei princpi morali. Gorgia risponde affermando la necessit, per
chi entra in possesso di quest'arte, di possedere anche la conoscenza
del giusto e dell'ingiusto, e con questa sua affermazione viene 
sorpreso da Socrate a contraddire quanto aveva prima dichiarato: 
infatti, se  vero che l'apprendimento della retorica 
inseparabile dalla conoscenza della giustizia, come potrebbe il
retore essere ingiusto?
Il dialogo con Gorgia  qui interrotto dal brusco intervento di Polo,
che accusa Socrate di condurre in modo sleale il ragionamento,
e di aver indotto Gorgia a cadere in contraddizione. Su invito di
Socrate, Polo si sostituisce allora a Gorgia come suo interlocutore e
introduce, con una sua domanda, la definizione che Socrate stesso
d della retorica: la retorica non  un'arte, bens una pratica empirica,
e la si pu chiamare lusinga, perch il suo fine  quello di produrre
diletto e piacere, paragonabile come tale alla culinaria e all'arte di
agghindare il corpo. Come la culinaria  la contraffazione lusingatrice
della medicina, e l'arte di agghindarsi lo  della ginnastica, cos 
la retorica sarebbe il surrogato lusinghiero della giustizia, e
mentre la giustizia, la medicina e la ginnastica procurano benefici 
reali, la retorica, la culinaria e l'arte di agghindarsi, pi piacevoli
all'apparenza, sono fonte di benefici fittizi.
Su queste premesse, Socrate confuta il grande potere della retorica,
dimostrando che il retore ha, s, il potere di ottenere ci che gli
pare, ma, sprovvisto com' della conoscenza di ci che sia di volta
in volta il bene maggiore, e poich ci che gli pare un bene non
coincide con il bene effettivo, non ha in realt il potere di ottenere
ci che realmente  un bene per lui. A proposito di bene e di male,
Socrate sostiene la tesi che il pi grande dei mali consiste nel commettere
ingiustizia, tesi che Polo tenta di confutare citando il caso
dell'ingiusto, eppure felice Archelao di Macedonia. Questa mossa
di Polo offre a Socrate lo spunto per un'importante affermazione
di carattere metodologico: la confutazione dialettica, la sola ad avere
valore ai fini della verit,  ben diversa da quella retorica che si
pratica nei tribunali. L, infatti, una confutazione riesce con successo 
quando si chiamano a deporre molti testimoni, contro un avversario che
ne sappia produrre uno solo o nessuno, mentre la confutazione dialettica
consiste nel portare l'avversario ad ammettere la giustezza delle
proprie affermazioni.
La tesi iniziale di Polo  che commettere ingiustizia  male minore
che subirla, bench, interrogato da Socrate, riveli di considerla cosa
pi brutta. Facendo leva su questo residuo di ritegno morale, e dimostrando
che bello e bene coincidono, Socrate spinge il suo interlocutore a 
ritrattare, facendogli ammettere che compiere ingiustizia  peggio
che subirla. Da questo principio discende una serie di
corollari: che il male pi grande  commettere ingiustizia; che male
ancora maggiore  non pagare per la colpa commessa e non scontare 
la giusta pena, rifiutando cos di farsi curare dal peggiore dei
mali, l'ingiustizia; che il primo dei beni  essere giusti. La felicit
coincide dunque con la giustizia. E la retorica si rivela inutile per
chi non intende compiere ingiustizia: bisogna ben guardarsi dal
servirsene per difendersi da giuste accuse, sottraendosi cos alla
giustizia, che costituisce appunto il bene.
L'ultimo interlocutore di Socrate  Callicle, che rimprovera a Polo
lo scrupolo morale che ha aperto il varco al "vittorioso" ragionamento
di Socrate. Callicle si dichiara immune da pudori morali che
gli impediscano di dire con franchezza quello che pensa: il giusto
consiste nel naturale diritto del pi forte di dominare e avere pi
degli altri, e la legge  un'invenzione dei pi deboli per difendersi
dai pi capaci e tenerli sottomessi; il bello e il giusto secondo natura
consistono nella capacit di appagare ogni desiderio e nel lasciare 
che le passioni crescano senza freno per godere poi nel soddisfarle; 
la felicit si identifica con la dissolutezza e la temperanza 
la virt degli inetti: il pi grande dei mali  per Callicle l'incapacit
di cavarsela nella vita e la condizione di chi  in balia degli altri e
non sa difendersi dai pericoli che minacciano la vita del corpo.
La questione di che cosa significhi salvare la vita viene diversamente
interpretata da Socrate: se il pregio della retorica consiste nel
salvare l'uomo dai pericoli che minacciano la vita e i beni materiali,
essa allora non  molto diversa dalle pi umili arti del pilota di
nave, che salva dai naufragi, e del costruttore di macchine da guerra,
che salva dai nemici. Ma la vita non ha valore e non  un bene
di per s: il bene  vivere con un'anima sana, cio non malata di
ingiustizia, e il solo beneficio di cui il retore deve essere artefice
consiste nel guarire l'anima dall'ingiustizia. Accanto alla retorica
lusingatrice del politico che compiace i cittadini, ottenendone in
cambio favori e potere, Socrate scorge una retorica benefica, che
contrasta i desideri dei cittadini e li costringe a fare solo cose da cui
possano essere resi migliori: egli afferma di essere il solo a tentare
questo tipo di arte politica, e accusa i grandi statisti del passato, i
celebri Cimone, Milziade, Temistocle e Pericle, di essersi dimostrati
cattivi allevatori di cittadini, per non averli educati alla temperanza
e alla giustizia. Conclude il dialogo il racconto del mito sul destino
delle anime dopo la morte: lo scopo a cui Socrate mira  di giungere al
cospetto del giudice divino con l'anima il pi possibile sana, non 
malata di ingiustizia n di malvagit.
L'ambientazione del dialogo non  chiaramente definita: forse il
dibattito si svolge in casa di Callicle, o forse in un luogo pubblico.
Il dialogo  immaginariamente collocato un anno dopo la presidenza dei
pritani esercitata da Socrate (406 a.C.).
AUGUSTA FESTI